Noi due, io e te.
Con il gialloblù addosso, in questo sport strano, primitivo come il mondo. Alzare le mani per afferrare il sole e coprire i neon degli spalti. Saltare oltre la rete, ma senza toccarla. Rischiare ginocchia e gomiti ad ogni capriola.
Non c'è contatto fisico nella pallavolo, ma di contatti in questo mondo ce ne sono molti. E ad ogni contatto, nasce nuova energia, e ancora, e ancora, e ancora...
E siamo ancora qui, io e te, oggi si chiama Bergamo, in casa, domani chissà, magari sotto la neve da qualche parte in Italia, poi il ritorno di notte, attaccato al cellulare per raccontare quello che è successo, per sapere come sta la squadra.
Io e te, con le nostre vite distanti, strane impegnate, a volte lontane in silenzi eloquenti o così vicine da sembrare complici per la vita.
Io e te, uniti da qualcosa che ci ha portati fino a qui, anche se non siamo sempre nello stesso luogo.
Poi ti racconto di quel gesto sotto rete durato tre secondi e per dirtelo più forte te lo scrivo, perché ti faccia compagnia quando il lunedì mattina lo leggi mentre vai al lavoro. Mi dicevi che anche se non ti piaceva la pallavolo ti facevano ridere i miei racconti di sport, di pantere, di incazzature perché avanti 2 a 0 ed in vantaggio non si può perdere 2 a 3. Capita anche questo, è il bello di questo strano sport primordiale senza contatti fisici, ma con molti contatti.
Spalla a spalla, in campo, in pachina, sugli spalti a volte lontani a volte così vicini che le giocatrici se li sentono in gola, nella pancia.
E' emozione, è frenesia...
A volte io credo che la pallavolo sia fantasia, creatività... e tu sai quanto fantasia e creatività per me siano importanti.
Io e te, e questo sogno gialloblù che ci unisce, che ci divide.
Un cinque battuto sulle mani, la porte che si apre, un grido scaramantico e poi le ragazze usciranno dal buio degli spogliatoi, la musica partirà, rulleranno i tamburi della curva storica e via, oggi si chiamerà Bergamo, domani chissà.


... con quella camicia sembri una cantante rock degli anni '70, di quelle che hanno cambiato il mondo mondo o, per lo meno, la quotidianità di alcune persone.
Sarà la forza con cui ti metti in gioco, o forse l'arte del coraggio e della paura che eserciti senza perdere mai la luminosità che hai negli occhi, nei tuoi bellissimi occhi.
Parlando di canzoni, me ne viene in mente una che dice "conoscete per caso una ragazza di Roma, la cui faccia ricorda il crollo di una diga..."
Ammetto che guardando te capisco il significato di quel verso... sei stupore e forza, passione e creatività, aggressività e fierezza...
Me ne sto qui a guardarti e le parole mi escono velocemente, è una sensazione fantastica. E che custodisco e difendo gelosamente, perché è l'unica cosa che voglio, l'unica cosa che mi basta.
Tu sei musica.
E scusa se ti guardo mentre hai quell'espressione seria e concentrata, se osservo gli orecchini che ti disegnano i confini del volto e segnano il passaggio verso il collo, dando il benvenuto alle spalle.
Spero che arrivata a questo punto, parta verso l'alto il tuo sorriso. E vedrai che anche questa stanza grigia e noiosa prende colore e vita.
Io sono qui e non permetterò che io e te ci dividiamo.

Non è noto se esistano o che forma abbiano.
Ti usano la cortesia di passarti accanto con discrezione, magari la pelle ha un piccolo brivido leggero.
Non è freddo, è una sensazione piacevole.
Forse sono persone come noi, che ci vengono assegnate, quasi per caso. Presenti sempre, che si fissano nella mente anche quando siamo da tutt’altra parte, con tutt’altre persone. E le pensiamo. Intensamente, ci distraggono, ci confondono, le vorremo allontanare, ma ci sentiamo troppo vivi con loro e vogliamo che restino, oggi, domani, un altro domani e via così…
E’ la distanza che si accorcia…
Magari ci fanno anche arrabbiare, a volte le sentiamo distanti, ma bastano pochi momenti insieme e tutto riprende.
A queste e ad altre cose stavo pensando quando il frisbee mi ha colpito.
E alla fine è arrivata Angel.
Un’ondata di delfini scivola verso l’isola e sembra una gara di windsurf.
Il saggio cinese del villaggio dei pescatori scatta alcune istantanee per cercare di raccontare un evento che è finito nel momento stesso in cui avviene.
Uno sciame.
Il saggio cinese spezzetta il tempo e lo spazio. Forse perde di vista l’insieme, ma non gli importa, perché le sue istantanee ricomporranno il mondo.
Un delfino si ferma a pochi passi della spiaggia e inizia a cantare.
Il saggio cinese non sa cosa fare, non è preparato ad un evento tanto bizzarro. Cerca in ogni modo di imprimere sulla pellicola il canto del delfino, ma non può.
Semplicemente.
Verso sera, il saggio cinese raduna le proprie cose, sviluppa le fotografie.
Il grado di rischio di spezzare la realtà è ovunque. Come lo sguardo sospeso a mezz’aria di due adolescenti che si guardano nella sala lettura di una biblioteca.
L’equilibrio è ovunque.
E mentre rifletto su tutto questo, mi ritrovo seduto nel bar di Zaccheo, con un succo di pompelmo in mano.
Gioco con la sabbia e gioco con il vento.
Quando si fende l’aria con un boomerang si deve mettere in conto di farsi del male. Il boomerang è un’arma, non prendiamoci in giro con la storia del gioco.
Il paradosso dello scrittore è rimanere senza parole quando queste servono per la sua vita reale. E anche uno scrittore rimane senza parole quanto l’emozione che lo ha colpito è più vibrante della forza di parlare. Che poi non comprendo perché chi scrive debba trovare la parole in ogni situazione.
Il tempo è necessario per maturare e per essere consapevoli di quello di cui si ha bisogno, che coincide spesso con quello che si è.
L’altra faccia del tempismo è che il tempo può far cambiare la realtà e le cose che inseguivamo scappano via.
Però non è una gara, non vince chi arriva per primo, ma chi giunge nel posto giusto, dove tango e preghiera si uniscono in un vortice che ti fa sentire vivo.
Lanciare un boomerang è difficilissimo, perché il lancio si conclude con il ritorno del boomerang.
Puoi fare un milione di tentativi e nessuno andrà bene.
Poi, nel tiro “più uno”, il boomerang si stacca dalla tua mano, fende il cielo, si appoggia nuovamente su di te.
Il tiro “più uno” costa tempo. Il tempo pretende dolore. Il dolore è lo scotto da pagare per crescere. Poi, nell’istante giusto, l’unico sacro, la verità è talmente limpida che sembra tatuata addosso.

Le cose si sistemeranno…
Un tramonto lunare è sceso sull’isola.
Il tramonto lunare è una strana forma di congiunzione astrale, e altre sciocchezze del genere. Ai più basti sapere che il tramonto lunare riassume una tempesta e anticipa il sereno.
Me ne stavo seduto sulla spiaggia a guardare la fine del mare ed ecco il tramonto lunare.
Ho avvertito freddo, il cielo è diventato arancione elettrico. Paura, forse, ma un senso infinito di pace, anche.
E così, mentre guardavo la luna sciogliersi nell'acqua, ho capito che l’unica cosa che conta al mondo è l’amore, nelle cose piccole, che sono infinite, che stanno dietro ogni goccia di pioggia, ogni spicchio di sole, dietro ogni marea placida e nella burrasca.
Stanno nel caffè caldo la mattina e nella tisana inca della sera. Stanno nelle fughe sulla fascia e nel palleggio all’indietro. Stanno nella magia di una gita in bicicletta e nel risveglio lento dal coma. Stanno nel dolore e nella sofferenza, stanno nello sguardo e nell’arte del coraggio, nell’arte della paura, nel panino imbottito, nel fiatone dopo la nuotata, stanno nella buccia di banana, e negli schizzi di un’arancia. Stanno nel canto del gallo, nel miagolare del gatto della mia vicina a Parma, nell’abbaiare intenso di Kit e nei dubbi del pesce rosso.
Stanno nel mosto che fermenta nella mia terra e nel sangue che sprizza passione.
Conta solo l’amore.


Che poi non si erano visti per anni, né tanto meno avevano parlato per lungo tempo, eccettuato qualche messaggino in occasione delle più note feste comandate.
Le ragioni erano di vario tipo e banalità: la distanza, la giovane età buttata in un lavoro frenetico e circondante, il geloso ragazzo di lei e l’attrazione che lui aveva sempre provato per quel carattere leggero, sognatore e concreto nello stesso sguardo.
Poi le cose cambiano, la natura diventa più smaliziata, quindi la distanza diventa meno impedente, la giovane età diventa matura e il lavoro diventa uno dei tanti argomenti.
Molto dipende anche dal giorno in cui lei pianta il ragazzo, ed improvvisamente riprende quel fascino misterioso che molte donne possiedono.
Quando si vedono, un caffè dura un pomeriggio intero, oltre il tramonto a volte, ma tra loro rimane sempre la distanza del tavolino del bar.
Una volta pranzo assieme, in una piccola tavola calda di Udine, e parlano come se si salutassero per un fine settimana appena.
A lui accade qualcosa di tanto sorprendente, quello che accade a molti uomini. Forse in un momento di vertigine, lui la chiama, ma lei non risponde. Allora lui riassume la vicenda con un messaggino. E lei risponde con lo stesso mezzo.
Un messaggino.
Lo spazio di un silenzio virtuale. Un silenzio che li avvicina di più di tanti anni di caffè e di parole piovute dalle loro vite giovani, distanti e affascinanti.
Ci sono cose che nessuno dirà. Ci sono impegni che portano lontano. Quindi ci sono stati viaggi, entroterra da vedere, mari e cieli da scoprire. Infinite paranoie da risolvere e la consapevolezza che il ritorno era dietro l’angolo, ma l’angolo andava svoltato bene.
Milioni di istantanee digitali, coltellate date, prese e schivate.
Un eterno parapendio colorato e tanto tempo per guardare il mondo guardandosi dentro.
Ho ritrovato Piccola Billie Joe, Zaccheo, che ora gestisce un bar in Costa Rica, ho trovato tanti volti persi da qualche parte. Alcuni li ho pure ritrovati immutati, pieni di gioia, pieni di dolore.
Un veliero per lo più il mio tempo, poi una scogliera bellissima, in una compagnia immensa.
E all’alba della mattina di un giorno qualunque, scopro che un messaggio di un secondo, come un sussurro, avvicina di più di anni di parole e caffè, comunque importanti.
Ho iniziato a sentirmi di nuovo vivo.
A nuoto, ho ripreso la spiaggia di questa isola, ho pulito l’amaca e ho ricominciato a stare in equilibrio.
E' un cambiamento di prospettiva, guardare le cose da una angolatura nuova.
Speranza.
Di uragani ce ne sono sempre, ma non ho più paura.

La parola Latte e la parola Caffè hanno un fascino sublimiale, e ogni volta che le sento pronunciare ho voglia di bere un bicchiere di latte freddo oppure una tazzina di caffè, nelle sue versioni decaffeinato o d'orzo.
Entrare in una cafetteria del centro è affascinante, poi ordinare qualcosa e aspettare leggendo un giornale o una rivista.
E gli aromi delle misture conservano qualcosa di mistico, come una partita a scacchi. Giocare a scacchi con mio nonno, nonostante le sconfitte epiche che mi attendono, sono un passatempo a cui non rinuncerei, specie se accompagnate da un bicchiere di latte.
Latte & Caffè, altro che Cosmopolitan.
Appena fuori della stazione ferroviaria di Pordenone c’è una serie di transenne a forma di U rovesciata. La prima volta che le ho notate, sei mesi fa, le transenne erano lasciate allo sbando, arrugginite, in ricordo della gloriosa funzione di dividere il confine della stazione dal ciglio della strada.
Sei mesi dopo, eccole rinvigorite da un giallo acceso e legate da una catena di plastica con i precisi anellini bianchi e rossi.
Dopo quella messa a nuovo, le transenne funzionano talmente bene che i pendolari, soprattutto la mattina, quando giungono in massa, sono costretti a compiere un percorso in fila indiana, fino alla fine della catena, per attraversare la strada.
I concetti di transenna, fila indiana e catena contrastano con l’idea di isola. E, fin dal primo momento, mi sono chiesto quanto tempo avrebbe resistito allineato quel esercito di U gialle. Tre giorni è durata quella cortina. Ora due varchi la bucano, uno più a est, l’altro più a ovest di quei sette metri di barriera. E altri passaggi sono in progettazione.Poiché mettere in fila e costringere ad un percorso fa scattare nella creatività umana l’idea di trovare una via alternativa.
Le crepe sono ovunque; da ogni crepa passano aria e luce e fermare la creatività è impossibile.
E in quei tre giorni, sono compresi un sabato ed una domenica, e a Pordenone, il sabato e la domenica, non ci sono pendolari.
